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GEORG FRIEDRICH HAENDEL (1685-1759)

Giulio Cesare in Egitto

Opera in tre atti su libretto di Nicholas Haym

 

James Bowman - Lynne Dawson - Guillemette Laurens - Eirian James

Dominique Visse - Nicolas Rivenq - Jean Louis Comoretto

LA GRANDE ECURIE ET LA CHAMBRE DU ROY - Jean Claude Malgoire

Astrée Auvidis

 


Il "Giulio Cesare in Egitto" appartiene al genere dell'opera barocca di stile italiano. Siamo intorno al 1730, e  all'epoca, in tutte le parti dell'Europa, pezzi del genere potevano far la fortuna dei loro autori-impresari. Haendel, ormai stabilitosi a Londra, aveva già riscosso molto successo vent'anni prima con la prima opera rappresentata "Rinaldo". In Inghilterra cominciò e finì, con lui, la stagione della moda dell'opera italiana.

Ma Haendel non era uno dei tanti operisti di cui pullulava l'Europa: era un grande maestro, e in molti suoi lavori riuscì a infondere una linfa che ci porta molto lontano dai numerosi prodotti usa e getta che altri confezionavano per l'occasione, secondo stereotipi ben definiti.

Una di queste è il suo "Giulio Cesare", un'opera che ancor oggi possiamo ascoltare senza cogliere, a meno di far caso all'orchestra e a chi canta, la differenza tra l'opera barocca e la più fortunata opera dell'Ottocento. Si tratta infatti di un capolavoro, un dramma completo, dove i suoi componenti si mostrano come esseri umani, con una identità definita, ma con possibili evoluzioni psicologiche, tipiche di ognuno di noi. Il meccanismo barocco dell'aria con il da capo viene piegato magistralmente al servizio della circostanza drammatica per cui anche i notevoli virtuosismi presenti in molte arie ("Al lampo dell'armi" di Cesare, "Non disperar" di Cleopatra) risultano pertinenti e indispensabili.

Di questa opera meravigliosa conosciamo, oltre a questa, una parziale incisione del 1967 con la New York City Opera Orchestra e Norman Treigle (Cesare) e Beverly Sills (Cleopatra), diretti molto bene, a parte qualche svarione solistico della Sills,  da Julius Rudel; e una "integrale" di René Jacobs. Veniamo alla realizzazione di Malgoire per la Astrée Auvidis, cominciando dai solisti vocali.

Il contraltista Bowman (Cesare) è sempre apprezzabile come interprete haendeliano, anche se qui sembra a tratti "sfiatato" e debole nell'emissione. Indiscutibile la sua bravura nei passi d'agilità come anche la sua espressività patetica nelle arie che la richiedono ("Aure, deh, per pietà", III atto).

Il soprano Dawson  è una Cleopatra veramente brava, e ci mostra, in tutto il percorso dell'opera, l'evoluzione del personaggio in modo esemplare.

Tutti gli altri solisti rientrano nell'ordinario, con l'eccezione dell'eccellente contralto Laurens interprete di Cornelia, il personaggio più sofferente del dramma (è la vedova di Pompeo, fatto uccidere da Tolomeo).

L'orchestra di Malgoire è sempre molto morbida e particolarmente a suo agio in quei momenti drammatico-patetici di cui l'opera abbonda, ma è lontana mille miglia dalle sonorità liriche, poniamo, della English Chamber di Raymond Leppard, che per noi è il non plus ultra tra i direttori haendeliani.

Malgoire dirige scegliendo sempre tempi comodi per il suo gruppo, un po' a disagio nei momenti "furiosi" del lavoro, ma rende tutto troppo uniforme, e, se non fosse per l'eccellenza della musica, forse si cadrebbe nella noia.

I recitativi non hanno le dinamiche di quelli eseguiti da Jacobs, e non si avvertirebbero differenze tra le arie se non per la (non eccessiva) differenza di tempo. La Grande Ecurie esegue i passi infuriati di "Al lampo dell'armi quest'alma guerriera vendetta farà" nel II atto quasi con la stessa dolcezza di "Non è sì vago e bello il fior del prato" nel I (dove Cesare dichiara il suo stupore per la bellezza di Cleopatra).

A parte questi aspetti, ci sono delle mancanze che, unite ad altri strampalati interventi sul libretto originale, rendono un torto al capolavoro e impediscono a un nuovo ascoltatore di cogliere tutti gli aspetti della composizione. Le più gravi sono: l'omissione della bellissima Sinfonia e Recitativo che introduce la scena della dichiarazione d'amore di Cleopatra a Cesare ("V'adoro pupille"); soprattutto la completa omissione del recitativo dove si compie la rottura d'accordo tra Tolomeo e Achilla (il suo luogotente) e si giustificano gli atti successivi di quest'ultimo ai danni del primo.

Da questo punto di vista la revisione di Rudel, benché ci privi di molti bei brani di musica, appare senza dubbio più coerente e, a suo modo, "completa".

Gian Luca Marcialis

 

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