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Debussy, Preludi, M.Pollini, Deutsche Grammophon
Di Maurizio Pollini lettore di Debussy avevamo avuto modo di ascoltare in
disco i due quaderni degli Studi, sia nell'edizione ufficiale (DGG) che in
quella pirata (dal vivo a Vienna, 1986+ADs- Exclusive). Parte della critica
recepì l'evento in modo tiepido, aspettandosi da un autore come Pollini la
parola
definitiva su pagine tanto alte quanto poco frequentate; si plaudeva al
solito indiscutibile pianismo, ma paradossalmente si riconosceva in esso il
limite
dell'approccio: l'utilizzo del consueto suono
tagliente e timbricamente vivisezionante avrebbe fatto passare in secondo
piano la visionarietà dell'ultimo Debussy, per la quale sarebbe stata
necessaria una colorazione a tinte più fosche.
Veniva in mente quanto Sviatoslav Richter confessava a Bruno Monsaingeon
(cito a memoria, ma il concetto quello è): "-Pollini suona Schubert come se
fosse Prokofiev...". Come non essere d'accordo quindi...
La prima cosa che, sulla scorta degli Studi, si va allora a verificare
ascoltando i Preludi è l'approccio timbrico. E quel che si sente è un fronte
sonoro di morbidezza davvero inconsueta (Voiles, La fille aux cheveux de
lin). Se negli Studi le microstrutture armoniche emergevano sotto la lente
focalizzatrice di un suono estremamente analitico, nei Preludi il discorso è
meno esplicito e più denso. Quello che negli Studi era visto come un
intricato bianco e nero a china, con i preludi diventa un intenso pannello
ad olio. Anche nelle pagine dove si fa ricorso al pianoforte come strumento
a corda percossa (Ce qu'+AOA- vu le vent d'ouest, Minstrels) Pollini non cambia
registro e, pur esibendo eccellente potenza, non lascia mai che il suono si
inasprisca. +ACI-Sans duret+AOkAIg- segna Debussy ne La cathédrale engloutie quando
vuol farci ascoltare un organo: ebbene, Pollini riesce (anche meglio di
Michelangeli (parlo della vesione in studio per la DGG, perchè in quella dal
vivo, complice forse una differente e più approssimativa presa di suono, è
inarrivabile)) in questo passaggio a farci sentire gli accordi come se la
corda fosse posta in vibrazione non in seguito all'impatto del martelletto
ma in seguito a qualche altro meccanismo, manca (non manca, è chiaro, ma è
impercettibile) quel transitorio infinitesimo e in qualche modo +ACI-dur+ACI- in cui
il suono nasce: qui non si ha un impulso ma un suono già; compiuto e
lunghissimo (un simile gesto sonoro è molto simile a quello che Claudio
Arrau è riuscito a farci ascoltare all'inizio della sonata in do diesis
minore di Beethoven nell'incisione per la Philips, anche se sulla scorta di
un +ACI-pp senza sordinia).
Krystian Zimermann (che per molti versi è artista affine a Pollini)
incideva i Preludes qualche anno fa: un'interpretazione molto differente da
quella in esame. Zimermann non rinuncia quasi mai al suono luminoso e
articolatissimo del quale (Chopin: Polacca op.22) più ancora di Pollini è
sommo ambasciatore (Ce qu'+AOA- vu le vent d'ouest sembra uno Studio di
Nancarrow). Il suo essere allusivo e grande interprete dei Preludi si basa
per+API- su un fraseggio e su un atteggiamento ritmico molto più torbido di
quanto non faccia Pollini: il mondo di Debussy viene restituito e
ricostruito secondo una sensualità che è danza prima ancora che suono e la
componente ritmica (ossessiva appunto in Ce qu'+AOA- vu le vent d'ouest, cos+AOw-
come sfuggente e sensualissima ne La srénade interrompue, o di estenuata
grandiosit+AOA- ne La cathédrale engloutie ) diviene la chiave di volta
dell'arco interpretativo.
Basano sulla connotazione sonora la propria lettura sia Michelangeli che
Gieseking, ma in modo talmente personale e ricco che sarebbe inutile una
disamina e un confronto in questa sede: Pollini, per farla breve, direi che
segue questo glorioso solco da par suo. Un bel traguardo.
Siamo dunque lontani dal clima degli Studi, ma a questi si deve ritornare
prima di concludere: Pollini incideva, fresco vincitore del concorso Chopin,
per la EMI (Walter Legge vedeva sempre più lontano di tutti) nel 1962 un bel
disco giustamente famoso di musica per pianoforte. Si prendeva poi una
dozzina di anni di riflessione e tornava a Chopin con una fulminante
integrale degli Studi, che secondo me resta il riferimento assoluto. In
seguito, con ordine e risultati alterni, ci presentò gran parte del
pianoforte di Chopin (recentissime le Ballate). Restano esclusi per ora
Notturni e Mazurche.
Vent'anni dopo Chopin, Pollini arriva a Debussy, partendo guarda caso dagli
Studi. E anche se l'op. 10 è Chopin giovane e Debussy chiude con gli Studi
il proprio mondo pianistico, direi che per Pollini non fa differenza: è
estremamente simile in un caso e nell'altro l'assimilazione escutiva. E
quindi viene l'acquolina: dopo una simile prova nei Preludi (quelli di
Debussy, intendo, ai quali prima o poi seguirà il secondo libro) perchè non
sperare che il Maestro si serva della speculazione sul simbolismo francese
per trovare la chiave di lettura per i Notturni e le Mazurche, che di
poetica simbolica e allusiva sono manifesto?
Il che fra l'altro andrebbe a costituire un quadro di altissima coerenza
critica: Chopin e Debussy affrontati secondo evidenti parallelismi
interpretativi, quasi a volerne tracciare la profonda continuità e
indiscutibile centralità nella storia del pianoforte. Aspettiamo fiduciosi.
Carlo Sottini
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