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Johann Sebastian Bach (1685 – 1750)

Cantate profane BWV201,205,213

 

RIAS Kammerchor

Akademie für Alte Musik Berlin

René Jacobs

 

 

La cantata BWV201, "Geschwinde, ihr wirbelnden winde", nota come "La contesa tra Febo e Pan", è forse la più bella tra le cantate "profane", ovvero destinate a circostanze diverse dalla liturgia luterana per cui Bach ha scritto la maggioranza dei suoi capolavori vocali.

Essa ci proietta indietro nel tempo, fra i giardini del caffè Zimmermann dove fu eseguita intorno al 1730. Ma non solo. Ci mostra degli aspetti dell’arte di Bach che spesso sono ignorati: il grandissimo talento teatrale (una vis comica davvero gustosa) e la capacità di piegare il mezzo musicale per evidenziare ogni anfratto del testo.

In sintesi, si racconta il mito relativo alla contesa tra Febo, il dio greco della musica, e Pan, il dio della vita campestre, su chi dei due sia più bravo a cantare. Lo svolgimento della gara non lascia dubbi sulla superiorità di Febo, ma Mida, uno dei giudici scelto dagli dei, si schiera a favore di Pan. Una tale incompetenza è punita con due orecchie d’asino.

Nel libretto musicato da Bach abbiamo dunque Febo, Pan, Mida, Tmolo (l’altro giudice), Momo (dio della derisione) e Mercurio (messaggero degli dei). Il testo, nel finale, sottolinea la situazione dello sfortunato Mida, che comunque, dice Momo, è "in buona compagnia": una frecciatina a tutti coloro che parlano senza capire o almeno sforzarsi di farlo.

La vicenda offre a Bach più di un’occasione per evidenziare il suo genio, come nell’aria di Febo, che contrasta per struggente bellezza e ricercatezza timbrica (oboe d’amore e flauto traverso e archi con sordina) con quella di Pan, rozzamente danzante e strumentata alla buona (una parte di violino e basso continuo); lo stesso vale per le arie affidate ai giudici, riflesso della loro capacità di intendere la bellezza. Nella sezione centrale di quella di Mida, l’accompagnamento dei violini all’unisono e del basso suona molto simile ad un raglio, quasi a precludere la sorte del malcapitato giudice… o forse a intendere che le orecchie d’asino le ha già, a causa di quel che dice, e il successivo atto di Febo sarà solo "formale"!

L’alternanza consueta di arie e recitativi è incorniciata da due bellissimi cori che ricorrono all’intero apparato strumentale (oltre agli archi, trombe e fiati al completo). Se il primo è un bellissimo affresco, con i roboanti venti invitati a ritirarsi per non disturbare la contesa, il secondo è, come l’aria di Febo, una "piccola" dichiarazione d’amore alla Musica.

Una composizione straordinaria non poteva che trovare un interprete eccezionale in René Jacobs, fino a qualche anno fa buon controtenore, ora valentissimo direttore d’orchestra. Alla guida dell’orchestra "Akademie für Alte Musik" di Berlino, su strumenti d’epoca, e di un manipolo di bravi cantanti, riempie ogni pagina di questa cantata di un afflato teatrale vivo, pulsante. In particolare osserviamo la dinamicità dei recitativi, gli scambi strumentali del continuo con l’identificazione di un particolare timbro ai personaggi di spicco (un liuto accompagna sempre le parole di Febo). Ascoltiamo poi con quale forza è caratterizzata ogni aria: il saltellare grottesco di Pan, la precipitosità del giudizio di Mida, la riflessività di quello di Tmolo, la pungente ironia di Momo e la severità di Mercurio. Ovviamente l’orchestra risponde a tutto ciò con la bravura dei suoi componenti, ma anche i cantanti non sono da meno: Roman Trekel (baritono) è un Febo ispirato, anche se esagera con il vibrato nella sua aria, Kurt Azerberger (tenore) un Mida divertentissimo così come il Momo di Maria Cristina Kiehr (soprano, fra l’altro con una voce bellissima). Sembra serioso il Mercurio di Andreas Scholl (controtenore), ma la parte non è brillante come quella degli altri personaggi. Molto delicato nella sua aria, James Taylor - Tmolo è veramente un tenore che incanta. Infine Peter Lika - Pan (basso) da proprio l’idea della superficialità del dio che interpreta.

Il doppio CD Harmonia Mundi contiene, oltre a quest’incisione, anche quella delle cantate BWV205 "Zerreisset, zersprenget, zertrümmert die Gruft" e BWV213 "Lasst uns sorgen, lasst uns wachen", due composizioni profane note rispettivamente come "Eolo placato" e "Ercole al bivio".

Entrambe sono meravigliose e ricche d’inventiva, e ad esse Jacobs rende pienamente giustizia con un’esecuzione vitale e briosa. Come sempre l’apporto dei cantanti e degli strumentisti è fondamentale nella piena riuscita degli intenti del direttore.

Unico neo la conduzione dell’aria di contralto nella BWV205, eseguita in modo sorprendentemente piatto e incolore: si ascoltino il timbro "antibarocco" di Katharina Kammerloher, nonché l’oboe d’amore di Alison Gangler, privo di qualsivoglia pregnanza emotiva, per non parlare della pesantezza del basso continuo (sembra quasi di sentire un’orchestra moderna!). Sempre nella 205, notiamo la prestazione non proprio perfetta dei corni nella superba aria di Eolo, interpretato con autorevolezza dal basso Klaus Häger.

Per il resto non possiamo che elogiare questa realizzazione: come dimenticare, infatti, la poesia del duetto di controtenore (Andreas Scholl) e tenore (James Taylor) con le splendide viole di Bernhard Forck e Sabine Fehlandt nella BWV213?

In definitiva, si tratta di un’incisione di riferimento per tutti gli amanti della musica di Bach, merito secondo noi dell’approccio vincente di Jacobs.

Gian Luca Marcialis

 

 

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